Intimità con un Dio geloso | Deuteronomio 4

20 Settembre 2026

Daniele Scarabel

Daniele Scarabel

Pastore

Il viaggio che io e Nicole abbiamo fatto quest’estate è stato per me un’occasione per riflettere sulla mia relazione personale con Dio. Mentre eravamo in viaggio, non c’erano le solite cose che riempiono le mie giornate… E allora mi sono chiesto: io, da solo, davanti a Dio, senza ruoli e senza impegni… come sto veramente?

Questa riflessione mi ha riportato a Deuteronomio 4, dove Mosè affronta esattamente questa domanda, ma su scala nazionale. Israele sta per entrare nella Terra Promessa, e la preoccupazione di Mosè non è se avranno la forza di conquistarla. È se si ricorderanno quanto il loro Dio è vicino a loro, o se quella vicinanza diventerà, con il tempo, solo un ricordo.

Perciò, mentre ascolti il messaggio di oggi, ti invito a riflettere sulla seguente domanda: so ancora quanto Dio desidera essermi vicino?

Un Dio vicino come nessun altro

In questo capitolo, dopo aver esortato la nuova generazione a mettere in pratica le leggi che il Signore ha ordinato, Mosè chiede:

Qual è infatti la grande nazione alla quale la divinità sia così vicina come è vicino a noi il Signore, il nostro Dio, ogni volta che lo invochiamo? Qual è la grande nazione che abbia leggi e prescrizioni giuste come è tutta questa legge che io vi espongo oggi? (Deuteronomio 4:7-8)

Mosè fa due domande legate tra loro. La prima è: quale altro popolo ha un dio così vicino? Le divinità degli altri popoli erano lontane e assenti, ma Mosè ricorda a Israele: voi avete un Dio diverso. Un Dio che è vicino ogni volta che lo invocate.

La seconda domanda, che parla di leggi e di prescrizioni, in realtà dice la stessa cosa da un altro lato. Le altre nazioni avevano dèi muti. Israele aveva un Dio che gli restava accanto nel quotidiano, non solo nei momenti di emergenza, indicando loro una chiara via da seguire.

E questa vicinanza non è qualcosa che Dio ha introdotto con Israele: è così fin dall’inizio. In Genesi leggiamo che “Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente” (Genesi 2:7). Non è stata una creazione a distanza. Dio si è chinato sull’uomo e gli ha quasi fatto una respirazione bocca a bocca: siamo nati da un soffio che Dio ci ha dato da vicino.

Una delle cose che mi hanno colpito di più, viaggiando così a nord, è stato il sole di mezzanotte. Era incredibile essere fuori a un’ora in cui in Ticino sarebbe già buio da un pezzo, e invece il sole era ancora lì e non tramontava. In quel periodo dell’anno, a nord del Circolo Polare Artico, semplicemente non fa mai buio.

Quel sole era lì anche quando andavamo a letto. E a volte capitava che filtrasse da una finestra in mezzo alla notte e mi svegliasse. Ed era molto strano! Eppure, questo fatto mi ha aiutato a capire meglio la vicinanza di Dio nella mia vita: non sparisce quando attraverso un periodo difficile, quando sono stanco o quando la mia fede sembra fredda.

Il testo di oggi ci insegna che Israele aveva un Dio vicino nella preghiera e un Dio vicino nella vita di ogni giorno. E per noi questo significa che non dobbiamo sforzarci di raggiungerlo: si è già fatto trovare.

Concretamente, questo può voler dire una cosa molto semplice: non aspettare la crisi per rivolgerti a Lui. Scegli un momento fisso della tua giornata, magari il momento in cui stacchi la sera, o i primi minuti dopo esserti svegliato, e invece di riempirlo subito con il telefono o con la lista delle cose da fare, prova a dirgli qualcosa di sincero su come stai davvero. Possono essere anche solo due o tre frasi semplici, tipo: “Oggi sono stanco”, “Oggi ho paura di questa cosa”, “Grazie per questo”. Non serve tanto altro.

Il punto non è cosa dici, ma che lo dici a Lui, ogni giorno, prima che diventi un’emergenza.

Il Signore resta vicino, disponibile ogni volta che lo invochiamo, e desidera darci una chiara via da seguire. La domanda è: in che misura vivi ogni giorno nella consapevolezza di questa verità? Non è una domanda da prendere alla leggera, perché vivere consapevoli della vicinanza di Dio non è solo un bel sentimento, è ciò che ci protegge da un pericolo molto concreto.

Il pericolo di crearci un dio che possiamo controllare

Al versetto 9, Mosè avverte il popolo:

Soltanto, bada bene a te stesso e guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste… falle sapere ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli. (Deuteronomio 4:9)

È interessante che lo dica così, perché molti di quelli che lo stavano ascoltando erano solo bambini, o non erano nemmeno ancora nati quando Dio condusse Israele fuori dall’Egitto. Ma per Mosè questo non era importante, perché il patto che Dio ha stabilito al monte Oreb restava valido anche per loro.

Mosè aveva ricevuto l’ordine di insegnare i comandamenti, perché Israele li mettesse in pratica. E ogni genitore sa quanto sia importante trasmettere i propri valori e, soprattutto, l’entusiasmo per Dio ai propri figli. Ma sappiamo anche che tramandare un’esperienza non basta, se chi ascolta non arriva mai a sperimentare Dio in prima persona.

Mosè stesso ricorda loro cosa fosse successo esattamente all’Oreb:

E dal fuoco il Signore vi parlò; voi udiste il suono delle parole, ma non vedeste nessuna figura; non udiste che una voce. (Deuteronomio 4:12)

Ed è per questo che aggiunge subito un chiaro avvertimento:

Siccome non vedeste nessuna figura il giorno che il Signore vi parlò… badate bene a voi stessi, affinché non vi corrompiate e non vi facciate qualche scultura. (Deuteronomio 4:15-16)

Israele stava per entrare in un paese pieno di popoli che si erano costruiti dèi di ogni tipo e le leggi di Dio erano proprio una protezione contro questa tentazione, contro il costruirsi un dio su misura.

Perché insiste tanto su questo? Perché c’è una differenza enorme tra ascoltare una voce e vedere una figura. Una voce non la puoi possedere, non la puoi controllare. Puoi solo ascoltarla, oppure smettere di ascoltarla. Una figura scolpita, invece, la controlli tu: decidi tu dove metterla, quando guardarla, cosa chiederle.

Mi è capitato, durante il viaggio, di affidarmi così tanto ai consigli dell’intelligenza artificiale per ottimizzare il percorso, la strada migliore, la tappa perfetta, da rischiare di non godermi il posto dove eravamo, e il tempo con mia moglie.

Era, in piccolo, lo stesso rischio di cui parla Mosè. Avevo sostituito una relazione viva e imprevedibile, con il viaggio stesso e con mia moglie, con qualcosa che potevo controllare io.

Mosè sapeva che Israele correva lo stesso rischio: ritrovarsi con un dio su misura, che chiede meno e promette meno, incapace di dare ciò che il Dio vivente offre. Ed è lo stesso per noi: quando smettiamo di ascoltare la sua voce, cominciamo a costruire qualcosa che possiamo gestire noi al posto suo, invece di vivere in una relazione che può essere imprevedibile, ma anche molto più ricca e piena di sorprese.

Concretamente: nei prossimi giorni, individua un momento in cui la tua prima reazione sarà di cercare subito una risposta pronta: un consiglio online, il parere di qualcuno, la soluzione più efficiente. Prima di farlo, fermati e chiedi al Signore, anche solo con una frase: “Cosa ne pensi Tu?”. Non perché sia sbagliato usare gli strumenti che hai a disposizione, ma per riabituarti ad ascoltare Dio prima di ottimizzare da solo la tua vita e per lasciare che almeno una decisione, questa settimana, resti imprevedibile come una relazione vera.

Ma perché a Dio importa così tanto che noi non lo sostituiamo con altro?

Un fuoco geloso, non un Dio freddo

C’è un dettaglio che colpisce, in questi versetti. Mosè ricorda al popolo da dove Dio li ha tratti:

Il Signore vi ha presi, vi ha fatti uscire dalla fornace di ferro, dall’Egitto. (Deuteronomio 4:20)

Dio non ha scelto Israele come un’opzione tra tante: li ha riscattati a caro prezzo, per farli suoi. Ed è proprio per questo, poche righe dopo, che Mosè dice su Dio:

Il Signore, il tuo Dio, è un fuoco che divora, un Dio geloso. (Deuteronomio 4:24)

Un fuoco non brucia solo “un po’”. O consuma davvero, o non è fuoco. E la parola ebraica tradotta con “geloso” non indica insicurezza o possessività malsana, ma un impegno totale, senza riserve. Le due immagini dicono la stessa cosa da due lati diversi: Dio ama in un modo che non si accontenta di essere uno tra tanti.

Quest’estate, in Norvegia, abbiamo visto una montagna che si chiama Torghatten. È una montagna con al suo centro un enorme buco che la attraversa e che lascia passare la luce da un lato all’altro. Quando l’ho vista mi è sembrato come se Dio stesso avesse infilato il dito nella montagna per farci dentro un buco.

E questa è un po’ un’immagine di quello che il fuoco di Dio fa nella nostra vita. Un cuore indurito, che ha smesso di ascoltare, sembra impenetrabile come quella montagna. Ma il fuoco di Dio non si ferma davanti alla nostra durezza. La attraversa, non per distruggerci, ma per farci passare di nuovo la luce.

E se permettiamo a quella luce di attraversare il nostro cuore, scioglierà le maschere che usiamo per sembrare più a posto di quanto siamo, per paura di non essere accettati. Dio non ce le strappa via. Le scioglie, semplicemente stando vicino, come il calore scioglie il ghiaccio.

Non è la prima volta che il fuoco compare così, nella Bibbia. È sempre il segno che Dio è presente: nel pruno ardente che brucia senza consumarsi, sul Sinai quando consegna la legge, e qui, legato alla sua fedeltà gelosa. Ma c’è un momento in cui quel fuoco fa qualcosa che nessuno, ai tempi di Mosè, poteva ancora immaginare.

Sulla croce, il fuoco del giudizio che meritavamo non cade su di noi. Cade su Gesù. Lui porta il peso del nostro allontanamento da Dio. E così quel fuoco, in Lui, non distrugge più. Scioglie le maschere. Lascia passare la luce.

Ecco perché possiamo guardare al Dio geloso senza avere paura. Il suo non è un fuoco che minaccia di distruggerci, ma è un fuoco che si è fatto vicino in Cristo, per attraversare anche il cuore più indurito e farci passare di nuovo la luce.

Dio ci ha riscattati a caro prezzo e la sua gelosia è la prova di un amore che ha pagato tutto per farci suoi, e che ora desidera che gli apparteniamo con tutto il cuore.

Concretamente: questa settimana, prova a portare davanti a Dio, in preghiera, una sola cosa che tieni nascosta per paura di essere giudicato. Non ti chiedo già di sistemare tutto, ma semplicemente di portarla alla luce davanti a Dio.

Conclusione

Abbiamo iniziato parlando del sole di mezzanotte, che illuminava anche la notte. E questa è per me l’immagine di quello che Paolo intende quando scrive che, contemplando la gloria del Signore, veniamo trasformati di gloria in gloria, per opera dello Spirito (2 Corinzi 3:18).

Forse anche tu oggi ti sei accorto che la tua relazione con Dio si è raffreddata. Per tornare non serve uno sforzo enorme: basta fermarti e lasciarti esporre giorno dopo giorno alla sua presenza, invece di riempire quel tempo con altro.

E un’ultima cosa: è possibile che, in mezzo a noi, ci siano persone che si sentono lontane da Dio, pur essendo qui ogni domenica, persone che indossano ancora la maschera di chi sta bene, per paura di essere giudicate se si mostrassero così come sono davvero. Vorrei che ce ne rendessimo conto, che aprissimo gli occhi, e che ci prendessimo la responsabilità di aiutarci gli uni gli altri a lasciarci raggiungere da quella luce. Chiedi allo Spirito Santo di mostrarti chi potrebbe essere questa persona.

Ricorda che apparteniamo a un Dio geloso che ha scelto di lasciarsi consumare Lui, sulla croce, al posto nostro. Un Dio che ti ha già raggiunto, fin nel punto più lontano in cui potevi trovarti. Ti resta solo di lasciarti trovare ogni giorno.

Amen

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