Dio torna per primo | Zaccaria 7-8

Daniele Scarabel
Pastore
Lo scorso weekend abbiamo guardato assieme le otto visioni di Zaccaria, e abbiamo concluso con un brano meraviglioso, alla fine del capitolo 6, che annunciava l’arrivo di un uomo che sarebbe stato contemporaneamente re e sacerdote.
Per noi è chiaro che Zaccaria ha descritto la venuta di Gesù Cristo, come Re-Sacerdote. Gesù è il Re a cui appartiene la nostra vita e il Sacerdote che ci rialza quando cadiamo.
E oggi, con il capitolo 7, facciamo un salto avanti di quasi due anni, nel dicembre del 518 avanti Cristo. Il popolo era stato incoraggiato e la costruzione del tempio era a metà strada, ma la vita restava dura e si vedeva ancora poco di tutte le promesse ricevute.
Ed è in questo contesto che arriva una delegazione da Betel con una domanda ben precisa:
Dobbiamo continuare a piangere il quinto mese e a digiunare come abbiamo fatto per tanti anni? (Zaccaria 7:3)
Per capire la domanda dobbiamo sapere che, durante l’esilio, il popolo aveva introdotto quattro digiuni per ricordare la caduta di Gerusalemme, anche se Dio non li aveva mai comandati. E il digiuno del quinto mese ricordava proprio la distruzione del tempio.
La delegazione si aspettava un sì o un no, ma la risposta arriverà solo alla fine del capitolo 8. Prima Dio vuole parlare del loro cuore, e poi del suo.
La domanda dietro la domanda
Dio non risponde solo alla delegazione, ma “a tutto il popolo del paese e ai sacerdoti”, dicendo:
Quando avete digiunato e fatto cordoglio il quinto e il settimo mese durante questi settant’anni, avete forse digiunato per me, proprio per me? Quando mangiate e quando bevete, non siete voi che mangiate e voi che bevete? (Zaccaria 7:5-6)
Qui c’è innanzitutto un dettaglio bellissimo. La delegazione aveva detto “per tanti anni”, lasciando trasparire una certa stanchezza. Dio invece sa esattamente quanti: settanta, il tempo del giudizio annunciato per mezzo di Geremia. E parla anche del digiuno del settimo mese, che loro non avevano nemmeno nominato.
Loro avevano perso il conto. Dio no. Prima ancora di mettere in questione la loro motivazione, Dio fa capire che non ha mai smesso di essere attento al suo popolo.
Ma il cuore di questi versetti è la domanda: “avete forse digiunato per me, proprio per me?”. È come se Dio dicesse: in tutti quegli anni, ero veramente io il centro di quello che facevate? E con il mangiare e il bere, il Signore non parla più solo del digiuno, ma della vita di tutti i giorni. Che digiunassero o facessero festa, lo facevano per sé stessi.
Per questo Dio non risponde con un sì o con un no. Se avesse detto “smettete di digiunare”, non sarebbe cambiato nulla: avrebbero smesso di digiunare per sé stessi e continuato a mangiare e bere per sé stessi.
Il problema non era il digiuno. Il problema era chi stava al centro di ciò che facevano.
E questa è probabilmente una situazione che conosciamo anche noi. Io stesso, dopo tanti anni di fede, conosco quei momenti in cui la preghiera o la lettura della Bibbia vanno avanti più per abitudine che per sincero desiderio. E la tentazione, in quei momenti, è di fare la stessa domanda della delegazione: devo continuare o posso smettere?
O pensa a tutto il resto della tua vita. Io ricordo l’entusiasmo iniziale dopo la conversione, quando per ogni decisione mi chiedevo: “Che cosa farebbe Gesù al mio posto? Ciò che sto facendo onora il mio Signore?”. Domande che con gli anni forse non sono più così presenti.
E così, senza accorgercene, anche le cose buone, come il culto, la lettura della Bibbia, i nostri progetti, possono finire per farci girare solo attorno a noi stessi.
Quando una persona si avvicina alla fede può facilmente pensare che essere cristiani voglia dire rispettare delle regole e svolgere determinate pratiche. Ma il Dio della Bibbia non cerca prima di tutto le tue pratiche religiose. Vuole il tuo cuore e una vita che rifletta il suo carattere.
Ed è per questo che il Signore chiede anche a noi oggi: per chi lo fai? Perché, ad esempio, siamo venuti questa mattina al culto?
Dio avrebbe potuto tacere. Invece ha parlato. E quando chiede “per me, proprio per me?”, non lo fa per controllare se abbiamo fatto tutto. Lo fa perché desidera starci vicino.
Un Dio respinto
Dopo queste prime domande, Dio aggiunge:
Non dovreste forse dare ascolto alle parole che il Signore degli eserciti ha proclamate, mediante i profeti del passato…? (Zaccaria 7:7)
Ciò che Dio stava dicendo non era una novità. E che cosa avevano detto i profeti del passato? Non avevano mai parlato di quei digiuni. Avevano, invece, parlato di questo:
Fate giustizia fedelmente, mostrate l’uno per l’altro bontà e compassione. Non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello. (Zaccaria 7:9-10)
È come se dicesse: invece di chiedervi se continuare a digiunare, chiedetevi come state trattando chi è debole in mezzo a voi. Perché è nel modo in cui trattiamo chi non può darci nulla in cambio che vediamo se stiamo vivendo davvero per Dio oppure no.
E come aveva risposto il popolo?
Ma essi rifiutarono di fare attenzione, opposero una spalla ribelle e si tapparono gli orecchi per non udire. Resero il loro cuore duro come il diamante… (Zaccaria 7:11-12)
In altre parole, il popolo che Dio aveva mandato in esilio non era un popolo che non aveva capito. Era un popolo che aveva capito benissimo, eppure si era rifiutato di fare la volontà di Dio. E settant’anni dopo, i loro figli digiunavano per ricordare la distruzione di Gerusalemme. Ma nel frattempo sembravano aver dimenticato perché la città era stata distrutta.
Spesso mi capita che qualcuno mi chieda: “Come faccio a sapere cosa Dio vuole da me?”. Ma, in realtà, molto di ciò che Dio vuole, ce l’ha già detto chiaramente nella sua Parola: verità, giustizia, compassione verso chi è debole. Come aveva fatto con Israele, per mezzo del suo Spirito e dei profeti.
La domanda scomoda, anche per noi, è: a quante di queste cose non ho ancora risposto?
Il testo arriva poi al suo punto più doloroso, dove Dio dice:
Così come egli chiamava, e quelli non davano ascolto, così quelli chiameranno, e io non darò ascolto. (Zaccaria 7:13)
Dio è stato respinto, ma le sue non sono parole di vendetta: esprimono l’indignazione e il dolore di chi ha chiamato a lungo e alla fine lascia che il suo popolo raccolga ciò che ha seminato. Il capitolo 7 termina con una frase amarissima:
Essi hanno ridotto il paese di delizie in desolazione. (Zaccaria 7:14)
Non è stata colpa dei Babilonesi, né del destino: sono stati loro stessi. La terra dove scorreva latte e miele era diventata un deserto, perché Israele aveva rifiutato di ascoltare la voce di Dio. La conseguenza fu l’esilio e il silenzio di Dio. Ti sei mai chiesto se, a volte, Dio tace perché gli chiediamo di parlarci mentre continuiamo a mettere da parte quello che ci ha già detto nella sua Parola? Non possiamo attribuire ogni silenzio di Dio alla nostra disubbidienza, ma non dovremmo neppure cercare nuove indicazioni mentre ignoriamo quelle che abbiamo già ricevuto.
Ed è proprio qui, nel punto più basso, che la storia prende una piega totalmente diversa. Per Israele, e per noi.
Il Dio che torna
Il capitolo 8 riprende, uno dopo l’altro, i temi del capitolo 7 e li rovescia. Il capitolo 7 si chiudeva con il silenzio di Dio, mentre il capitolo 8 si apre così:
La parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta… (Zaccaria 8:1)
Dio torna a parlare. Dio torna per primo. E la prima cosa che dice è:
Io provo per Sion una grande gelosia… (Zaccaria 8:2)
La gelosia di Dio è l’amore di uno sposo che non si rassegna a perdere la sua sposa. Dopo settant’anni, dopo il rifiuto, dopo l’esilio, Dio dice: io non ho smesso di amarvi, perché questo è il mio carattere. E subito dopo:
Io torno a Sion e abiterò in mezzo a Gerusalemme… (Zaccaria 8:3)
Il ritorno dall’esilio e la ricostruzione del tempio furono una restaurazione reale, ma non esaurivano tutto ciò che Dio aveva promesso. Il compimento più grande arrivò con Gesù Cristo:
E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi… (Giovanni 1:14)
In Gesù, Dio è venuto ad abitare in mezzo al suo popolo. Oggi, per mezzo del suo Spirito, è presente nella sua chiesa. E un giorno, nella nuova Gerusalemme, questa comunione con Dio sarà piena e definitiva, perché Dio abiterà per sempre con il suo popolo (Apocalisse 21:2-3).
Ma guardiamo a come Zaccaria descrive la restaurazione promessa. Il capitolo 7 si chiudeva con un paese ridotto in desolazione, ma ora Dio dipinge davanti ai nostri occhi una Gerusalemme che torna a vivere:
Ci saranno ancora vecchi e vecchie che si siederanno nelle piazze di Gerusalemme… Le piazze della città saranno piene di ragazzi e di ragazze che si divertiranno. (Zaccaria 8:4-5)
È un’immagine semplice, ma bellissima: anziani che possono sedersi tranquilli nelle piazze, bambini e ragazzi che giocano. La città deserta riprende vita. E Dio promette anche:
Essi saranno mio popolo e io sarò loro Dio con fedeltà e con giustizia. (Zaccaria 8:8)
Nel capitolo 7 avevamo visto le conseguenze del rifiuto di ascoltare Dio. Ora, al centro della restaurazione, troviamo questa promessa: Dio vuole ristabilire la relazione con il suo popolo. Non ha rinunciato a stare in mezzo a loro.
E siccome tutto questo sembra troppo bello, Dio chiede:
Se ciò sembrerà impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche agli occhi miei? (Zaccaria 8:6)
Forse anche noi, personalmente o come chiesa, stiamo guardando a una situazione che sembra senza via d’uscita. Dio non ci chiede di vedere già la soluzione, ma ci chiede di ricordare chi è Lui. Al popolo stanco, che aveva ancora molto da ricostruire, Dio dice: “Non temete! Si fortifichino le vostre mani!” (Zaccaria 8:13).
Nel capitolo 7 avevamo sentito che cosa Dio chiedeva, e come il popolo aveva girato le spalle. Ora Dio ripete le sue richieste:
Dite la verità ciascuno al suo prossimo; fate giustizia, nei vostri tribunali, secondo verità e per la pace; nessuno trami in cuor suo alcun male contro il suo prossimo… (Zaccaria 8:16-17)
Sono quasi le stesse parole. Ma ora arrivano dopo che Dio è tornato. E qui troviamo una verità centrale anche per noi. La grazia di Dio non elimina la nostra risposta: la rende possibile. Solo la potenza dello Spirito Santo che opera nella nostra vita ci trasforma a tal punto da poter vivere come Dio chiede.
E solo alla fine Dio risponde alla domanda “Dobbiamo continuare a piangere e a digiunare?”, da cui tutto era partito:
Il digiuno del quarto, il digiuno del quinto, il digiuno del settimo e il digiuno del decimo mese diventeranno per la casa di Giuda una gioia, un gaudio, feste d’esultanza; amate dunque la verità e la pace. (Zaccaria 8:19)
Vedete, Dio non dice “smettete di digiunare”, ma dice che i giorni che ricordavano la catastrofe diventeranno feste. Il dolore non viene ignorato. Viene trasformato.
La delegazione era venuta con una domanda sul digiuno, ma Dio risponde con molto di più. E conclude con una promessa straordinaria:
In quei giorni avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni piglieranno un Giudeo per il lembo della veste e diranno: “Noi verremo con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi”. (Zaccaria 8:23)
Per un popolo piccolo e povero, che era stato “una maledizione fra le nazioni” (Zaccaria 8:13), questa era una promessa incredibile: proprio voi sarete il luogo dove le nazioni troveranno Dio. Non perché siete forti, ma perché Dio è con voi.
Il compimento più grande arrivò proprio attraverso un Giudeo: Gesù. Come disse Lui stesso, “la salvezza viene dai Giudei” (Giovanni 4:22). Da Gerusalemme, a Pentecoste, il Vangelo cominciò a raggiungere persone di ogni lingua. E continua a raggiungerle anche oggi. Guardatevi intorno: siamo persone di tante lingue e nazioni, e chi di noi ha trovato il Dio d’Israele, l’ha trovato attraverso Gesù, il Messia d’Israele.
Non perché siamo forti, ma perché Dio è con noi.
Conclusione
Come il popolo tornato dall’esilio, anche noi abbiamo sfide, lotte e fallimenti nella nostra vita. Ma il Re-Sacerdote annunciato da Zaccaria è venuto: Gesù è andato fino alla croce per riportarci a Dio. Da allora le nostre ferite non sono più senza speranza, anche se non sono ancora del tutto guarite. E un giorno, al ritorno di Cristo, ciò che oggi ci fa piangere diventerà festa per sempre:
Non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore… (Apocalisse 21:4)
Perciò, questa settimana, ti invito a riflettere su due domande.
La prima: c’è qualcosa nella mia vita con Dio che porto avanti solo per abitudine?
E non chiederti semplicemente se continuare o smettere, ma chiediti: per chi lo faccio?
La seconda: qual è il mio “quinto mese”? Qual è quel dolore, quel fallimento, quella ferita che continuo a ricordare?
Sei disposto ad affidarlo a Dio, perché ne faccia un luogo di speranza?
Perché prima ancora che noi tornassimo a Lui, in Cristo, Dio è tornato per primo.
Amen


